Tumori del colon, all'Irst di Meldola messo a punto nuovo test molecolare

Arriva dai laboratori dell'Istituto scientifico romagnolo per lo studio e la cura dei tumori (Irst) di Forlì, diretto dal prof. Dino Amadori, un innovativo test molecolare per diagnosticare precocemente i tumori al colon, in alternativa all'esame del sangue occulto nelle feci. Il gruppo di ricercatori italiani operanti nell'istituto ha, infatti, dimostrato inequivocabilmente che la quantificazione del Dna contenuto nelle feci può meglio identificare la presenza di tumori colorettali e determinare il rischio di un paziente di essere portatore di una lesione pre- o neoplastica.

I risultati degli studi, portati avanti da diversi anni, grazie anche al fondamentale contributo dello IOR (Istituto Oncologico Romagnolo), sono stati recentemente pubblicati su Cancer Epidemiology Biomarkers & Prevention (2010; 19:2647-54).

L'indagine è stata condotta su un'ampia serie di pazienti Fobt positivi reclutati nell'ambito del programma di screening in corso presso l'Unità oncologica di prevenzione dell'ospedale Morgagni di Forlì, per gli individui di età compresa tra 50 e 69 anni. «Si avvicina la prospettiva di utilizzare questo test molecolare, ed evitare eventualmente l'esame invasivo della colonscopia, nei pazienti con presenza di sangue nelle feci» afferma Dino Amadori. «L'applicazione routinaria del test, che attualmente è preclusa per il costo eccessivo dell'unico kit commerciale desiponibile, il PreGene Plus, appare invece possibile a breve termine considerato che il nostro gruppo ha conseguito a livello europeo il brevetto di un kit che è in corso di sviluppo commerciale e che sarà in grado di abbattere di circa 7 volte il costo del kit americano».

I tumori del colon rappresentano la seconda causa di morte per tumore. La sopravvivenza a 5 anni per questa patologia si aggira attorno al 65% e sale al 90% se i tumori sono rilevati ad uno stadio iniziale, di qui l'importanza della diagnosi precoce. Il test del sangue occulto nelle feci (Fobt) rappresenta la procedura non invasiva più comunemente utilizzata e in grado di ridurre la mortalità del 13-33%, ma la sua accuratezza in termini di sensibilità e specificità richiede un ulteriore miglioramento. L'analisi delle alterazioni del Dna, presenti nelle cellule tumorali esfoliate nelle feci, rappresenta perciò un'importante alternativa nell'ambito degli approcci non invasivi.  

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