mercoledì 12 dicembre 2018
IRST - Meldola
 
Tumore alla prostata: studio co-diretto IRST scopre biomarcatore - 13 novembre 2018

È stato pubblicato sulla rivista European Urology uno studio condotto a livello internazionale da ricercatori italiani, spagnoli e inglesi che ha dimostrato il ruolo di un biomarcatore presente nel DNA nel predire la risposta alle cure nel carcinoma prostatico metastatico.

Pubblicato sulla rivista scientifica specializzata European Urology un importante studio internazionale sul più aggressivo dei tumori alla prostata – quello resistente alla castrazione – che ha portato alla definizione di un biomarcatore, identificabile attraverso biopsia liquida, in grado di determinare quale trattamento tra i due oggi disponibili sia il più efficace per ciascun paziente, indirizzando così i clinici verso cure personalizzate sul singolo malato. La ricerca – attualmente sottoposta a studi di validazione avviati presso l’Istituto Tumori della Romagna in collaborazione con altre strutture per poter utilizzare questo biomarcatore nella pratica clinica - è il frutto di una proficua collaborazione tra gruppi di ricerca italiani, spagnoli e inglesi: quello diretto dal dr. Ugo De Giorgi, Responsabile del Gruppo Uro-ginecologico dell’Istituto Scientifico Romagnolo per lo Studio e la Cura dei Tumori (IRST) IRCCS di Meldola (Forlì-Cesena), quello del dr. David Olmos, Direttore dell'Unità di Ricerca Clinica sul Cancro alla Prostata dello Spanish National Cancer Research Center (CNIO) a Madrid e quello del dr. Gerhardt Attard del UCL Cancer Institute di Londra.

Il tumore alla prostata è uno dei più diffusi nella popolazione maschile e presenta uno dei maggiori indici di sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi se in stadio localizzato. Quando viene diagnosticato in stadio avanzato o quando un tumore localizzato presenta una recidiva dopo il primo trattamento, la procedura usuale è quella di combatterlo utilizzando la terapia di deprivazione dell'ormone maschile (androgeno). Questa pratica può essere fatta sia attraverso la rimozione chirurgica dei testicoli oppure utilizzando farmaci che inibiscono la produzione del testosterone (castrazione chimica). Tuttavia, dopo la castrazione, molti pazienti, fino al 90%, sviluppano forme tumorali più aggressive e resistenti che abbassano drasticamente il loro tasso di sopravvivenza portandolo intorno ai 2 anni. Il carcinoma prostatico avanzato resistente alla castrazione ad oggi può essere trattato sia con terapie ormonali sia con chemioterapia: “Fino a questo momento non esistevano studi comparativi tra i due approcci terapeutici – spiega il dr. Ugo De Giorgi -. La scelta del trattamento per questo tipo di tumore si basava unicamente sulla sua biologia, sulle caratteristiche cliniche e sulla preferenza da parte del paziente debitamente informato. Questo studio rappresenta il primo in cui è stato effettuato un confronto diretto tra le varie opzioni terapeutiche, dimostrando l’utilità di un biomarcatore circolante nella personalizzazione del trattamento per pazienti affetti da tumore della prostata resistente alla castrazione.

Tra i trattamenti utilizzati per aumentare l’aspettativa di vita nei pazienti affetti da questa aggressiva forma tumorale figurano i farmaci chemioterapici cosiddetti taxani - docetaxel e cabazitaxel - che agiscono bloccando la divisione e la proliferazione cellulare e le terapie ormonali di nuova generazione - abiraterone ed enzalutamide – che, al contrario, agiscono sulla produzione degli ormoni maschili. In particolare l'abiraterone inibisce la sua sintesi mentre l'enzalutamide blocca il recettore nucleare del testosterone, interferendo così con la produzione del “combustibile” di cui ha bisogno il tumore per crescere. I risultati dello studio appena pubblicati su European Urology hanno classificato due tipi di pazienti affetti da carcinoma prostatico avanzato resistente alla castrazione. La distinzione è stata fatta in base al numero di copie del gene del recettore degli androgeni (AR), ovvero il gene che regola i segnali cellulari mediati dagli ormoni maschili, presenti nel DNA tumorale circolante (il DNA che il tumore rilascia nel sangue) dei pazienti. “Abbiamo potuto dimostrare – illustra il dr. De Giorgi – che nei pazienti senza l’amplificazione del recettore degli androgeni nel plasma sarebbe più indicata la terapia ormonale con risultati significativi in termini di efficacia e qualità della vita; al contrario, nei pazienti con tale alterazione genetica (circa il 30-40% dei casi) sarebbe più opportuno intraprendere la chemioterapia con una risposta più efficace rispetto al trattamento con terapie ormonali”. Questa ricerca, condotta dal dr. De Giorgi, il dr. Olmos e il dr. Attard insieme ai colleghi delle loro équipe, è il perfetto esempio di una proficua collaborazione nella ricerca clinica e traslazionale a livello europeo. Il team del dr. De Giorgi, in particolare la dr.ssa Vincenza Conteduca - prima autrice dell’articolo e vincitrice per due anni consecutivi del prestigioso “Merit Award” assegnato dall’American Society of Clinical Oncology (ASCO) grazie ai risultati ottenuti da questo progetto di ricerca - ha svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo di questo studio multicentrico che dimostra ancora una volta l’importantissimo ruolo della ricerca di base per una migliore assistenza clinica dei pazienti.

Biopsia liquida: non-invasiva, veloce ed efficace

La presenza nel DNA tumorale circolante del gene del recettore degli androgeni (AR) diventa così il primo biomarcatore utile ai clinici per definire la terapia di prima linea più appropriata a seconda delle caratteristiche del paziente. Lo studio, inoltre, ha evidenziato l'urgenza di sviluppare nuovi trattamenti per i pazienti che presentano un alto livello del gene AR in quanto rispondono peggio alle terapie esistenti. La biopsia liquida ha dimostrato di essere un metodo affidabile, veloce e non invasivo per determinare le alterazioni di un tumore specifico, permettendo così ai medici di decidere il trattamento migliore a seconda del caso clinico. Con un semplice esame del sangue si può evitare l'invasione dei tessuti come avviene nella biopsia tradizionale e i risultati sono molto più affidabili: utilizzando strumenti di bioinformatica si può calcolare la frazione del DNA tumorale presente nel DNA libero totale nel plasma e in quella frazione viene calcolato il numero di copie AR. In questo studio la biopsia liquida è stata utilizzata per confermare che un marcatore che ha un valore prognostico può anche avere un uso predittivo. Il prossimo passo sarà quello di fare uno studio casuale in grado di confermare i risultati.

Qui il link all'articolo su European Urology:  https://bit.ly/2JssCOY


A cura di:
  Ufficio Comunicazione
IRST - Meldola

Data pubblicazione:  13/11/2018
 

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